Le idee sono lo strumento migliore per chiudere una disputa e aprire nuove possibilità.
È questo, a mio avviso, il valore più importante delle Primarie delle Idee, l’iniziativa di partecipazione civica e politica nata con l’obiettivo di costruire un programma di governo attraverso il coinvolgimento diretto dei cittadini, dei professionisti, delle associazioni e degli enti del Terzo settore.
Troppo spesso il dibattito pubblico si concentra sui personalismi, sugli schieramenti e sulle contrapposizioni. Parlare di idee significa, invece, tornare a discutere dei problemi reali e delle possibili soluzioni, partendo dal basso e coinvolgendo chi ogni giorno vive la propria quotidianità, chi lavora ed è a contatto con la gente, chi studia o cerca lavoro, chi è nelle scuole e nelle università, dirige imprese, svolge attività di ricerca o opera nel sociale.
L’idea è semplice: chiunque può presentare la propria idea, sarà poi la community digitale ad interagire, commentare e votare le idee migliori.
Le proposte presentate sulla piattaforma non devono quindi essere considerate ricette definitive. Sono punti di partenza da approfondire, correggere e migliorare attraverso il confronto. La partecipazione ha senso proprio quando permette a competenze diverse di incontrarsi e trasformare un’intuizione in una proposta concreta.
Chiaramente è una sfida che anche io in prima persona ho accettato mettendomi in discussione. Ho scelto di presentare tre idee apparentemente differenti, ma unite da un unico filo conduttore: il rilancio dell’Italia.
Presenterò queste idee il 17 luglio a Bari (tutti i dettagli qui).
Un Paese che deve tornare ad attrarre
L’Italia possiede un patrimonio storico, culturale e scientifico straordinario. È stata per secoli una terra fertile per artisti, studiosi, inventori e innovatori. Da Leonardo da Vinci a Galileo Galilei, fino all’esperienza industriale e culturale di Adriano Olivetti, il nostro Paese ha dimostrato di poter anticipare il futuro.
Oggi, però, sembra attraversare una fase di rallentamento. Le nostre università continuano a produrre ricerca e competenze di altissimo livello, ma troppo spesso non riusciamo a trasformarle in imprese, innovazione, occupazione qualificata e sviluppo.
Anche l’Europa rischia di restare schiacciata tra le grandi potenze globali. Negli ultimi anni è stata spesso percepita come il continente che regolamenta tecnologie sviluppate altrove, anziché come il luogo nel quale quelle tecnologie vengono immaginate, finanziate e portate sul mercato.
Le tre proposte che ho presentato provano a intervenire su altrettanti fattori decisivi: innovazione, capitale umano ed educazione.
Preparare l’Italia alla sfida quantistica
La prima proposta, “Quantum Race: un ecosistema italiano per la prossima rivoluzione tecnologica”, riguarda il quantum computing e, più in generale, le tecnologie quantistiche (ho parlato del quantum già molto tempo fa anche su questo blog; prometto che in futuro scriverò di nuovo e più assiduamente).
L’Italia e l’Europa hanno accumulato un ritardo nella competizione globale sull’intelligenza artificiale. Non possiamo commettere lo stesso errore con la prossima rivoluzione tecnologica.
Nel 2025 sia l’Italia sia l’Unione europea hanno adottato strategie dedicate alle tecnologie quantistiche. La vera sfida, adesso, è trasformare le strategie in investimenti, infrastrutture, startup, brevetti e opportunità di lavoro.
Servono poli territoriali collegati alle università, laboratori condivisi, dottorati industriali, incubatori specializzati e strumenti finanziari capaci di accompagnare le idee dalla ricerca al mercato. Occorre creare un ecosistema nel quale università, imprese, istituzioni e investitori possano collaborare stabilmente.
Il quantum computing potrà avere applicazioni nella cybersicurezza, nella sanità, nell’energia, nella logistica, nella finanza e nella gestione dei sistemi complessi. Prepararsi oggi significa costruire sovranità tecnologica e competitività per i prossimi decenni.
Approfondisci l’idea cliccando qui (e votala se ti va).
Dalla fuga dei cervelli all’attrazione dei talenti
Le tecnologie, tuttavia, non si sviluppano senza persone. Per questo la seconda proposta è dedicata all’attrazione dei ricercatori e dei talenti.
Nel 2024 sono state registrate circa 191.000 emigrazioni verso l’estero. Di queste, 156.000 hanno riguardato cittadini italiani, con un aumento molto significativo rispetto all’anno precedente. È quindi importante distinguere correttamente il dato complessivo da quello riferito ai soli cittadini italiani, ma il fenomeno rimane comunque preoccupante.
La “fuga dei cervelli” non può essere affrontata soltanto chiedendo ai giovani di restare. Bisogna costruire condizioni per le quali rimanere, ritornare o trasferirsi in Italia rappresenti una scelta conveniente.
La proposta “Dalla fuga dei cervelli all’attrazione dei talenti” prevede incentivi economici, fiscali e contributivi per ricercatori e docenti di alto profilo che scelgono di lavorare nei Dipartimenti di Eccellenza delle università italiane.
Un ricercatore che arriva in Italia non porta soltanto il proprio curriculum. Può creare un gruppo di lavoro, attrarre finanziamenti europei, generare brevetti, costruire collaborazioni internazionali e offrire nuove opportunità a dottorandi e giovani studiosi.
Non dobbiamo limitarci a trattenere i nostri talenti. Dobbiamo ambire a diventare un Paese capace di attrarre i migliori talenti internazionali.
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Una scuola che riduca davvero le disuguaglianze
La terza proposta parte dalle famiglie, dai bambini e dai ragazzi.
La scuola italiana continua a essere organizzata secondo tempi e modelli che spesso non corrispondono più alla realtà sociale. In molte famiglie entrambi i genitori lavorano e, al termine delle lezioni, la gestione dello studio, dello sport e delle attività educative ricade interamente sulle possibilità economiche e organizzative familiari.
Chi può permetterselo ricorre a ripetizioni, doposcuola, babysitter e centri sportivi. Chi non può rischia di rimanere indietro.
In questo modo la scuola, anziché eliminare le disuguaglianze, rischia di amplificarle.
La proposta “Scuola aperta fino al pomeriggio” prevede l’introduzione progressiva del tempo pieno educativo nella scuola primaria e nella secondaria di primo grado. La mattina sarebbe dedicata alle lezioni, mentre il pomeriggio comprenderebbe mensa, studio assistito, recupero degli apprendimenti, laboratori e attività sportive.
Lo sport non dovrebbe essere un lusso riservato alle famiglie che possono sostenerne i costi. Deve diventare parte integrante del percorso educativo, perché contribuisce alla salute, alla socialità, alla disciplina e alla crescita equilibrata dei ragazzi.
Una scuola aperta fino al pomeriggio sarebbe una politica educativa, ma anche una concreta politica per le famiglie, per l’occupazione femminile e contro la povertà educativa.
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Innovazione, talenti ed educazione: tre parti dello stesso progetto
Le tre proposte sono strettamente collegate.
Senza una scuola capace di offrire opportunità a tutti, non possiamo formare nuovi talenti. Senza condizioni adeguate per ricercatori e professionisti, non possiamo trattenere o attrarre competenze. Senza competenze, ricerca e investimenti, non possiamo guidare le trasformazioni tecnologiche.
E senza innovazione e crescita sarà sempre più difficile finanziare servizi pubblici, welfare ed educazione.
Il rilancio dell’Italia richiede quindi una visione complessiva. Dobbiamo tornare a essere un Paese nel quale sia conveniente studiare, fare ricerca, creare un’impresa, lavorare e costruire una famiglia.
Le Primarie delle Idee rappresentano un’occasione per avviare questo confronto. Le mie proposte non pretendono di offrire tutte le risposte, ma vogliono contribuire a formulare le domande giuste e a costruire, attraverso la partecipazione, soluzioni migliori.
Perché un Paese torna a crescere quando riesce a discutere seriamente del proprio futuro e quando le competenze dei cittadini diventano parte delle decisioni collettive.