Il 23 settembre 2026, a Gravina in Puglia, ho partecipato all’incontro “I Riformisti nel campo progressista”, insieme a Michele Varrese e Teresa Bellanova. Un’occasione per discutere del ruolo che una componente riformista può avere nel centrosinistra, delle idee da mettere al centro della politica e della nuova stagione che si apre sui territori in vista delle prossime amministrative.
Di seguito il testo integrale del mio intervento.
Intervento integrale
Grazie a tutti e grazie soprattutto agli amici di Gravina per aver organizzato questo momento di confronto.
Il titolo che avete scelto, “I Riformisti nel campo progressista”, pone secondo me una questione molto più importante di quanto possa sembrare.
Perché la domanda non è soltanto dove debbano stare i riformisti. La domanda vera è: a cosa servono oggi i riformisti? Quale contributo possono dare al centrosinistra e, più in generale, al Paese?
Io partirei proprio da qui.
Per me il riformismo non è semplicemente una collocazione politica. E soprattutto non è la ricerca di una posizione geometrica a metà strada tra destra e sinistra.
L’ho detto anche in altre occasioni: il riformismo non è la via di mezzo tra destra e sinistra. È una cultura politica fondata sulla responsabilità, sul pragmatismo e sulla capacità di governare i problemi.
Ed è proprio questo, secondo me, il contributo fondamentale che una forte componente riformista può portare dentro il centrosinistra: la cultura di governo.
Perché c’è una grande differenza tra fare politica per testimoniare una posizione e fare politica sapendo che, prima o poi, bisognerà assumersi la responsabilità delle decisioni.
Governare significa fare delle scelte.
Significa amministrare un bilancio. Significa costruire una scuola, organizzare un servizio sociale, occuparsi dei trasporti, delle strade, dei rifiuti, delle imprese, del lavoro, della sicurezza, dell’innovazione.
E questa differenza la comprendono probabilmente meglio di tutti coloro che hanno avuto un’esperienza amministrativa.
Un sindaco non può limitarsi a denunciare un problema. Deve provare a risolverlo.
Un assessore non può permettersi di dire semplicemente che qualcosa non gli piace. Deve trovare una soluzione compatibile con le risorse disponibili, con le norme e con i bisogni dei cittadini.
Un amministratore locale viene giudicato alla fine su quello che riesce concretamente a realizzare.
Per questo io credo molto nel ruolo degli amministratori dentro un progetto riformista.
Perché nei Comuni si impara che la politica non può essere soltanto slogan, identità o appartenenza. Deve diventare progetto, competenza, mediazione e risultato.
In fondo potremmo sintetizzarlo con poche parole:
meno propaganda, più amministrazione.
Meno ideologia, più soluzioni.
È un’impostazione che ho già avuto modo di sostenere parlando del rapporto tra riformismo e amministrazione locale.
Naturalmente questo non significa che destra e sinistra siano uguali o che i valori non contino.
Le priorità politiche contano eccome.
Ma se vuoi governare, devi essere capace di trasformare quei valori in decisioni concrete.
Ed è questa la sfida che, secondo me, abbiamo davanti anche come Italia Viva e come Casa Riformista.
Prima le idee
C’è poi un’altra questione sulla quale vorrei soffermarmi.
Negli ultimi anni la politica italiana ha dedicato moltissimo tempo a discutere di alleanze, formule, leadership, coalizioni, veti.
Tutte questioni importanti.
Ma qualche volta rischiamo di dimenticare la domanda principale: che cosa vogliamo fare?
Quali sono le nostre idee sulla scuola?
Come immaginiamo l’Italia tra dieci o vent’anni?
Come affrontiamo le grandi trasformazioni tecnologiche?
Come rendiamo il nostro Paese più competitivo?
Come riduciamo le disuguaglianze?
Come costruiamo opportunità per chi oggi pensa che per realizzarsi debba necessariamente andare via?
È per questo che ho partecipato con particolare convinzione al percorso delle Primarie delle Idee.
Un esperimento che considero interessante proprio perché prova a ribaltare il modo tradizionale di affrontare il dibattito politico: prima discutiamo delle idee, poi discutiamo di tutto il resto.
Ho presentato tre proposte molto diverse tra loro e, al termine della prima sessione, tutte e tre sono entrate nella Top 10 nazionale tra oltre 1.400 idee pubblicate: la proposta sulla scuola al quarto posto, Quantum Race al sesto e quella sull’attrazione dei talenti al settimo.
La prima riguarda la scuola aperta fino al pomeriggio.
Io credo che dobbiamo ripensare profondamente il rapporto tra scuola, famiglie e territorio.
La società nella quale viviamo oggi non è più quella per la quale era stato immaginato il nostro modello scolastico decenni fa.
In moltissime famiglie lavorano entrambi i genitori. Gli orari della vita quotidiana sono cambiati. Le disuguaglianze educative sono diventate anche disuguaglianze economiche: chi può permetterselo paga il doposcuola, lo sport, i laboratori, le attività pomeridiane; chi non può permetterselo rischia di lasciare i propri figli con molte meno opportunità.
La mia proposta è quindi quella di una scuola capace di essere aperta e viva anche nel pomeriggio, affiancando alle lezioni lo studio assistito, lo sport, i laboratori e altre attività educative. È esattamente l’impostazione con cui la proposta è stata presentata sulla piattaforma delle Primarie delle Idee.
La seconda proposta si chiama Quantum Race.
Abbiamo vissuto la rivoluzione digitale, stiamo vivendo quella dell’intelligenza artificiale e davanti a noi abbiamo già un’altra grande trasformazione: quella legata alle tecnologie quantistiche.
Il punto che pongo è molto semplice: vogliamo limitarci ancora una volta a utilizzare tecnologie sviluppate altrove oppure vogliamo provare a costruire in Italia un ecosistema capace di mettere insieme università, ricerca, startup, imprese, investitori e istituzioni?
La proposta nasce proprio con l’obiettivo di trasformare la ricerca e le competenze scientifiche presenti nel nostro Paese in innovazione, imprese e occupazione qualificata.
Infine c’è la terza proposta: passare dalla fuga dei cervelli all’attrazione dei talenti.
Da anni raccontiamo, giustamente, quanti giovani italiani vadano all’estero.
Ma io credo che dobbiamo iniziare a porci anche la domanda opposta.
Quanti ricercatori stranieri vengono in Italia? Quanti giovani italiani che lavorano nei migliori centri di ricerca del mondo riusciamo a riportare qui?
Dobbiamo passare dalla semplice denuncia della fuga dei cervelli alla costruzione di una vera politica dell’attrazione: università competitive, condizioni adeguate per la ricerca e strumenti capaci di attrarre docenti, ricercatori e competenze scientifiche. È il principio alla base della proposta presentata alle Primarie.
Perché racconto queste tre idee?
Non semplicemente perché sono le mie.
Le racconto perché secondo me rappresentano un metodo.
Un partito riformista deve essere innanzitutto un luogo nel quale si producono soluzioni.
Deve avere il coraggio di sperimentare, studiare, mettere insieme competenze diverse e soprattutto immaginare il futuro.
Un centrosinistra che abbia cultura di governo
E questo ci porta inevitabilmente alla politica nazionale.
Io credo che nei prossimi mesi si giocherà una partita molto importante.
C’è un Governo guidato da Giorgia Meloni e c’è un insieme di forze politiche che stanno cercando di costruire un’alternativa.
La mia convinzione è che questa alternativa non possa nascere semplicemente dalla somma matematica di tutte le opposizioni.
Non basta mettere insieme delle sigle.
Non basta sapere contro chi si è.
Bisogna soprattutto sapere per cosa si vuole governare.
Ed è qui che, secondo me, diventa fondamentale una gamba riformista forte all’interno del centrosinistra.
Casa Riformista si sta collocando proprio dentro questo percorso: nelle iniziative promosse da Italia Viva viene descritta come una componente centrista e riformista di una più ampia alternativa di centrosinistra, con un’attenzione particolare alla concretezza e alla cultura di governo.
Io penso che il nostro compito debba essere portare dentro quella coalizione alcuni temi con grande chiarezza.
Sviluppo. Lavoro. Innovazione. Scuola. Infrastrutture. Impresa. Europa.
Significa costruire una proposta che possa parlare anche a quella parte del Paese che magari non si riconosce nella destra, ma che allo stesso tempo chiede alla politica serietà, competenza e capacità di governare.
Perché, secondo me, una vera alternativa non può limitarsi a dire agli italiani: “mandiamo a casa Meloni”.
Deve essere in grado di rispondere alla domanda successiva:
“E il giorno dopo, che cosa fate?”
Qual è il progetto per la crescita?
Qual è la politica industriale?
Come interveniamo sulla scuola?
Come affrontiamo la trasformazione del lavoro determinata dall’intelligenza artificiale?
Come rendiamo più efficiente la Pubblica Amministrazione?
Come riportiamo gli investimenti in Italia?
Come manteniamo forte il nostro ancoraggio europeo?
È su queste domande che si misura una forza che vuole essere forza di governo.
E quindi io credo che una componente riformista forte non serva soltanto ai riformisti.
Può servire all’intero centrosinistra per rafforzarne la cultura di governo.
Ora si apre la stagione dei Comuni
Ma questa discussione non può restare soltanto nazionale.
Anzi, per me deve partire proprio dai territori.
Si sta aprendo una nuova stagione che ci porterà alle amministrative del 2027 e dobbiamo cominciare a lavorare adesso.
Comune per Comune.
Territorio per territorio.
Perché le coalizioni non possono essere costruite soltanto attraverso formule decise a Roma.
Ci sono realtà diverse, storie diverse, classi dirigenti diverse.
La nostra linea, per come la vedo io, deve essere molto chiara: noi vogliamo contribuire alla costruzione di coalizioni capaci di governare bene le città, portando le nostre idee, i nostri amministratori e la nostra identità riformista.
Quando esistono le condizioni politiche, programmatiche e umane per costruire insieme, bisogna avere la capacità di farlo.
E nelle amministrative dobbiamo anche guardare alle esperienze concrete.
Nel maggio 2026, per esempio, il quadro delle amministrative nella provincia di Bari ha mostrato situazioni molto diverse da Comune a Comune. A Conversano si sono confrontate quattro candidature e la coalizione di centrosinistra tradizionale ha ottenuto il 24,8%, mentre a Bitetto il confronto è stato tra due candidature civiche.
Come ho ricordato anche nelle nostre discussioni territoriali, nelle esperienze di Conversano e Bitetto, quando non abbiamo ritenuto che vi fossero le condizioni per stare dentro il cosiddetto campo largo, abbiamo scelto percorsi diversi.
Ed è giusto che sia così.
Stare dentro una coalizione non può significare rinunciare alle proprie idee o accettare qualsiasi condizione pur di esserci.
Allo stesso tempo, l’autonomia non deve essere una bandiera identitaria.
Deve essere sempre legata a una valutazione politica del territorio e delle persone.
Perché, alla fine, la domanda deve essere sempre la stessa:
qual è il progetto migliore che possiamo costruire per quella comunità?
Questo significa per me essere riformisti.
Non avere una risposta precostituita.
Studiare i problemi, scegliere le persone migliori, costruire programmi credibili e poi avere il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
Idee, amministratori, territori
Allora credo che possiamo sintetizzare il lavoro dei prossimi mesi attorno a tre parole.
Idee. Amministratori. Territori.
Le idee, perché senza idee la politica diventa soltanto tattica.
Gli amministratori, perché una forza che vuole avere cultura di governo deve valorizzare chi ogni giorno quella cultura di governo la pratica nei Comuni.
E i territori, perché nessuna forza politica può vivere soltanto nei palazzi, nei talk show o sui social network.
Una comunità politica esiste quando ci sono persone che si incontrano, discutono, lavorano insieme e provano a migliorare il luogo nel quale vivono.
È questa, secondo me, la sfida che abbiamo davanti.
Non dobbiamo chiedere spazio semplicemente perché esistiamo.
Il riformismo deve conquistarsi il proprio spazio dimostrando che le sue idee funzionano, che i suoi amministratori sanno governare e che la politica può ancora produrre cambiamenti concreti.
Perché alla fine è questo che dovrebbe distinguere la buona politica.
Non quanto forte riesce a gridare.
Ma quanto realmente riesce a cambiare le cose.