“Yes We Can” fu lo slogan con cui, nel 2008, Barack Obama divenne il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti. Sull’onda di quell’entusiasmo, nel 2010 lo stesso Obama approvò il “Jobs Act 2010”, una serie di provvedimenti volti a rilanciare l’occupazione e a sostenere le imprese nelle sfide tecnologiche del futuro. Nel 2015, in Italia, Matteo Renzi (all’epoca trentanovenne, premier e segretario del Partito Democratico) propose la sua riforma del lavoro, anch’essa chiamata “Jobs Act”. Tra le novità principali c’erano il piano “Industria 4.0” (per favorire la trasformazione tecnologica delle imprese), l’ampliamento della NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego, cioè il sussidio di disoccupazione) e misure contro le dimissioni in bianco. Queste disposizioni erano pensate per sostenere lo sviluppo economico e creare occupazione stabile. Eppure attirarono subito polemiche e resistenze da parte di alcuni sindacati.
Siamo in Italia, non in America, e le riforme audaci generano spesso timori. Da quel momento il Jobs Act è stato indicato come responsabile di quasi tutti i mali del mercato del lavoro: precarietà, licenziamenti ingiusti, frodi e malessere diffuso. Alcuni sono arrivati a sostenere addirittura che, a causa del Jobs Act, gli italiani facciano meno figli. Così ci si dimentica delle crisi economiche precedenti al 2015 e dell’inflazione, sia in Italia sia nel mondo.
E in quel filo rosso che avvolge e intreccia storie e tempo, ovvero in tutte le vicende politiche, economiche e sociali che hanno portato fino ai nostri giorni, siamo arrivati al referendum dell’8 e 9 giugno. I promotori sostengono che, attraverso i quattro quesiti (due dei quali riguardano direttamente il Jobs Act), si risolveranno i problemi dei lavoratori italiani.
Ma facciamo un passo indietro.
Il Jobs Act italiano comprende due leggi e nove decreti. L’obiettivo dichiarato era ridurre la disoccupazione e incentivare le aziende ad assumere. In particolare, si voleva disincentivare i contratti precari — come i contratti a progetto, poi aboliti — privilegiando le assunzioni a tempo indeterminato. Non si limitava a imporre obblighi alle imprese, ma offriva anche incentivi fiscali e contributivi per favorire rapporti di lavoro stabili. Inoltre, la riforma prevedeva nuovi sussidi per chi perdeva il lavoro (potenziando la NASpI) e introduceva politiche attive tramite l’ANPAL (Agenzia nazionale politiche attive del lavoro), con l’intento di orientare i disoccupati verso nuove opportunità occupazionali e formazione specializzata.
Perché allora tanta avversione verso il Jobs Act? Uno degli errori principali fu “vendere” la riforma all’estero, cercando di attrarre investimenti stranieri in Italia. In questo modo divenne una misura apprezzata all’estero ma poco compresa internamente. Parallelamente, non si riuscì a comunicare efficacemente ai diretti beneficiari — i giovani e gli “outsider” del mercato del lavoro — il reale impatto dei nuovi strumenti. Di conseguenza, furono proprio questi soggetti a recepire la narrativa dominante che dipingeva il Jobs Act come motivo di precarietà.
E il referendum di giugno? In realtà, i primi quattro quesiti sono molto tecnici. Solo il primo e il terzo intervengono su aspetti del Jobs Act, ma riguardano casi specifici (per esempio, alcune modalità di licenziamento collettivo e la giusta causa nel contratto a tempo determinato). Anche analizzandoli nel dettaglio non si modifica in modo sostanziale l’impostazione generale del mercato del lavoro. I più critici dicono che il referendum è una discussione sul niente.
Guardando bene, possiamo affermare che oggi il problema principale non è il licenziamento ingiustificato, bensì i salari troppo bassi, la precarietà stagionale e i tanti laureati costretti a svolgere tirocini mal retribuiti o gratuiti. Sono quasi centonovantamila gli italiani emigrati alla ricerca di condizioni di vita migliori. Le persone non lasciano l’Italia perché temono di essere licenziate, ma perché non riescono a vivere dignitosamente.
Su questi temi la sinistra e il centrosinistra potrebbero fare squadra e proporre soluzioni concrete, ma le forze di opposizione non trovano una posizione unitaria. Alcune promuovono quattro sì; altre, due sì e due no; altre ancora, tre sì e un no. Così il dibattito si frammenta, perdendo di vista le vere priorità.
I tempi sono cambiati: se guardo alla generazione dei miei genitori, un giovane poteva scegliere tra un “posto fisso” o aprire un’impresa. Oggi molti under 35 si vedono costretti ad aprire una partita IVA non per avviare un’attività imprenditoriale, ma per lavorare come dipendenti. Il referendum non affronta questi temi e non guarda al futuro. Propone una battaglia ideologica su aspetti tecnici che finiscono per soddisfare qualcuno e scontentare qualcun altro.
Serve una classe dirigente pronta ad affrontare i problemi reali. In un mondo dove si vendono emozioni e facili “like” sui social, serve il coraggio di pensare al domani, lavorare su riforme di sostanza e superare lo scontro – spesso sterile – tra imprese e lavoratori. Al più presto, occorreranno misure per innalzare i salari minimi, rafforzare le tutele nei lavori stagionali e rendere più efficaci le politiche attive per i giovani. Senza queste riforme strutturali, l’Italia rischia di rimanere a guardare mentre le generazioni più giovani cercano altrove un futuro più dignitoso. Ora, più che mai, servono vision e riformisti veri.