Presentazione del catalogo Fermata San Paolo dedicato ai 24 murales del quartiere San Paolo di Bari

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San Paolo, oltre i murales: la memoria di un quartiere che ha lottato per il proprio futuro

Questa mattina, a Palazzo di Città, si è svolta l’iniziativa di lancio e presentazione di “Fermata San Paolo – Stazione di arte urbana”, il catalogo-guida edito da Sfera Edizione che racconta la storia dei 24 murales realizzati nel quartiere San Paolo di Bari.

È certamente una buona notizia.

Parlare del San Paolo attraverso l’arte, la cultura, la storia e le prospettive future significa contribuire a superare quella rappresentazione del quartiere che, troppo spesso, continua a essere legata quasi esclusivamente alla cronaca negativa.

Il progetto dedicato ai murales può quindi diventare uno strumento utile per far conoscere una parte diversa del territorio, valorizzando le opere di arte urbana che negli ultimi anni hanno trasformato diversi spazi del quartiere.

Apprezzare l’iniziativa, però, non significa rinunciare a una riflessione critica. Nel costruire una nuova narrazione del San Paolo dobbiamo evitare il rischio di sostituire una rappresentazione negativa con una descrizione eccessivamente semplificata, celebrativa e poco attenta alla complessità storica del territorio.

L’origine del nome San Paolo

Nel testo diffuso agli organi di stampa per presentare il progetto si legge che il quartiere nacque ufficialmente il 14 febbraio 1956, come risposta all’emergenza abitativa del secondo dopoguerra, e che il nome San Paolo sarebbe stato adottato nel 1964 in onore dell’omonimo ospedale.

La ricostruzione relativa al nome del quartiere non è corretta.

Il nome San Paolo venne adottato in riferimento alla prima parrocchia fondata nel nuovo insediamento, la Parrocchia San Paolo Apostolo. Non si tratta di una semplice precisazione formale, ma di un elemento fondamentale per comprendere la storia e l’identità del quartiere.

L’Ospedale San Paolo, infatti, sarebbe diventato operativo soltanto molti anni dopo. La presenza ecclesiale, invece, accompagnò fin dalle prime fasi lo sviluppo di una comunità che stava nascendo in un territorio ancora isolato e privo di servizi essenziali.

Comprendere l’origine del nome significa quindi riconoscere il ruolo avuto dalle realtà religiose nella costruzione materiale, sociale e culturale del quartiere.

Una comunità nata prima dei servizi

Il San Paolo nacque durante gli anni del boom economico e demografico, quando numerose famiglie furono trasferite in una zona periferica della città nella quale le politiche abitative non erano state accompagnate da un’adeguata programmazione dei servizi.

Le abitazioni arrivarono prima delle scuole, dei collegamenti, dei luoghi di aggregazione e delle opportunità.

In questo contesto furono spesso le parrocchie, i sacerdoti, le suore, i volontari e le realtà associative a rappresentare il primo vero punto di riferimento per gli abitanti.

La base valoriale storica del quartiere è legata a una forte opera missionaria e di evangelizzazione, insieme a una pastorale cattolico-popolare profondamente radicata nella vita quotidiana delle persone.

Parroci e religiose furono impegnati nel sostegno delle famiglie più fragili, nell’educazione dei bambini, nell’assistenza agli anziani e nella costruzione di occasioni di socialità. In un territorio nel quale le istituzioni non avevano ancora completato il proprio intervento, queste presenze provarono a offrire una prospettiva diversa a migliaia di persone.

Non sempre ci riuscirono e non tutti i problemi furono superati. Ma quell’impegno contribuì a costruire legami, identità e senso di appartenenza.

Le battaglie dei cittadini e dei comitati

La storia del San Paolo non è soltanto la storia delle sue difficoltà. È anche la storia di una comunità che, in più occasioni, ha deciso di non rassegnarsi.

Tra gli anni Ottanta e Novanta furono numerose le battaglie portate avanti dai cittadini e dai comitati territoriali. Tra queste esperienze va ricordato in particolare il Comitato di Solidarietà, che rappresentò uno dei punti di riferimento della mobilitazione popolare nel quartiere.

Erano battaglie per ottenere servizi che in altre zone della città erano considerati normali: strutture sanitarie, collegamenti, spazi pubblici, sicurezza e opportunità per i giovani.

Non tutte le rivendicazioni portarono immediatamente ai risultati sperati. Alcune richiesero anni, altre decenni. Tuttavia, interventi fondamentali come l’apertura dell’Ospedale San Paolo, la realizzazione della linea metropolitana leggera e la nascita del Parco Giovanni Paolo II sono legati anche alla capacità del territorio di organizzarsi e di far sentire la propria voce.

Dietro queste opere non ci sono soltanto decisioni amministrative. Ci sono assemblee, proteste, raccolte di firme, incontri, richieste e cittadini che hanno dedicato tempo ed energie alla propria comunità.

Sono le storie di persone comuni che non volevano accettare l’idea che il San Paolo fosse destinato a rimanere per sempre una periferia marginale.

I murales come parte di una storia più grande

Raccontare i 24 murales del quartiere è importante. L’arte urbana può diventare uno strumento di rigenerazione, educazione e riappropriazione degli spazi pubblici.

Un murale può restituire bellezza a una parete, raccontare un personaggio, trasmettere un messaggio e stimolare una riflessione. Può anche attirare visitatori e spingere persone che non conoscono il quartiere a percorrerne le strade con uno sguardo diverso.

Ma i murales non possono essere presentati come se fossero l’inizio della storia del San Paolo.

Sono un nuovo capitolo di un racconto molto più lungo, fatto di migrazioni interne, edilizia popolare, solitudine, povertà, impegno religioso, associazionismo, mobilitazioni e riscatto sociale.

Una vera opera di rigenerazione urbana non può limitarsi a cambiare l’aspetto esteriore degli edifici. Deve dialogare con le persone, con la memoria dei luoghi e con le esperienze di chi ha contribuito a costruire il quartiere.

Diversamente, anche il progetto più bello rischia di trasformarsi in una semplice operazione estetica o comunicativa.

Una nuova narrazione fondata sulla memoria

Il San Paolo ha certamente bisogno di una nuova narrazione.

Occorre superare il racconto di un quartiere descritto soltanto attraverso il disagio, la criminalità e le emergenze. Allo stesso tempo, però, la nuova narrazione non può essere artificiale, autoreferenziale o priva di profondità storica.

Raccontare davvero il San Paolo significa ricostruire le battaglie, i sacrifici e le esperienze collettive che hanno permesso al quartiere di crescere.

Significa ricordare le prime famiglie, i sacerdoti, le suore, gli educatori, i volontari, i commercianti, le associazioni e i comitati. Significa riconoscere chi ha lavorato ogni giorno, spesso senza visibilità, per garantire ai più giovani opportunità che inizialmente sembravano impossibili.

La memoria non deve essere utilizzata per celebrare nostalgicamente il passato. Deve diventare uno strumento per comprendere il presente e immaginare il futuro.

Perché senza memoria non può esserci una nuova narrazione. E senza una nuova narrazione, autentica e condivisa, diventa difficile costruire un futuro diverso.

I murales meritano di essere raccontati. Ma meritano di essere raccontate anche le persone che hanno trasformato un insieme di palazzi in una comunità.

Prima o poi, anche queste storie dovranno trovare spazio nei libri, nelle ricerche storiche e nel lavoro degli editori. Perché rappresentano una parte importante non soltanto della storia del San Paolo, ma dell’intera città di Bari.

 

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