Logo della pagina TikTok di Daniele, simbolo del fenomeno virale dello smash nato al quartiere San Paolo di Bari

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San Paolo, lo “smesh” e quella lezione di autenticità che la politica dovrebbe ascoltare

Il fenomeno dello smesh al San Paolo di Bari, diventato virale su TikTok, racconta molto più di un semplice panino: racconta il bisogno di autenticità, attrattività e nuova narrazione del quartiere.

Una nuova narrazione per il quartiere San Paolo

Da anni, nel quartiere San Paolo di Bari, si prova a costruire una nuova immagine. Una narrazione diversa, più giusta, più aderente alla realtà di un territorio che spesso viene raccontato solo attraverso le sue fragilità, le sue criticità, i suoi problemi.

Eppure, nonostante l’impegno di tante realtà associative, culturali, educative e sociali, resta sempre la sensazione che qualsiasi cosa si faccia sia insufficiente per rendere il quartiere davvero attrattivo. Come se ci fosse una distanza difficile da colmare tra ciò che il San Paolo è davvero e il modo in cui viene percepito dall’esterno.

Molte persone che vivono qui, me compreso, lo fanno anche perché qui hanno radici familiari. Perché ci vivevano i genitori, perché ci sono i nonni, perché ci sono legami, abitudini, reti di prossimità che rendono ancora importante restare vicino alla propria famiglia. Qualcuno resta per scelta pienamente consapevole, altri forse restano perché la vita li ha portati a farlo. E bisogna anche dirlo con onestà: molti, se potessero scegliere senza vincoli, probabilmente andrebbero altrove, senza troppo romanticismo.

Questo non significa non amare il proprio quartiere. Significa guardarlo con lucidità.

Le bellezze invisibili del San Paolo

Il San Paolo ha tantissime bellezze. La prima, senza dubbio, sono le persone. Qui vivono intelligenze, competenze, professionalità, storie personali e familiari che non hanno nulla da invidiare alle eccellenze che si trovano in altri quartieri o in altri contesti sociali. Il capitale umano e intellettuale del San Paolo è enorme, anche se troppo spesso resta invisibile, poco raccontato, poco valorizzato (qui ho raccontato solamente una delle storie di eccellenza).

Proprio per questo, da anni, con alcune realtà del territorio, proviamo a organizzare eventi e iniziative che aiutino a raccontare il quartiere attraverso le sue eccellenze, le sue storie positive, le sue energie migliori. Non per nascondere i problemi, ma per evitare che i problemi diventino l’unico modo possibile di raccontare una comunità.

Il San Paolo, inoltre, ha anche un valore naturalistico e storico spesso sconosciuto persino ai suoi stessi abitanti. Penso alle masserie, a Lama Balice, agli ipogei, ai luoghi della memoria e del paesaggio che potrebbero diventare parte di un racconto territoriale più ampio, più ricco, più identitario. E invece molti di questi beni restano ai margini, in alcuni casi in stato di abbandono, senza riuscire davvero a entrare nell’immaginario collettivo della città.

Quando le istituzioni non bastano

Le istituzioni, a volte, provano a dare un impulso. Si organizzano iniziative, si immaginano progetti, si prova a rilanciare il territorio. Ma difficilmente questi tentativi riescono a catalizzare entusiasmo vero e, soprattutto, a rendere il quartiere attrattivo agli occhi di chi non lo vive.

Il fenomeno dello smesh nato su TikTok

Oggi, però, voglio parlare di un fenomeno locale apparentemente leggero, quasi banale, ma secondo me molto interessante. Negli ultimi tempi sta crescendo in maniera virale un tormentone nato attorno alla domanda: “Com’è lo smash? Lo consigli? Da dove veniamo?”. Un format semplice, spontaneo, quotidiano, che popola TikTok e che ha trasformato piazzale Madre Elena Aiello, nei pressi della paninoteca da Daniele, in un piccolo punto di richiamo per tantissime persone provenienti da altri quartieri di Bari, da comuni della provincia e anche da fuori.

Scrivo questo commento senza alcun obiettivo promozionale. Non mi interessa fare pubblicità a un prodotto o a una paninoteca in particolare. Non perché ci sarebbe qualcosa di male, ma perché non è questo il punto. Sarebbe anche ingiusto non riconoscere il lavoro di tante altre attività e roulotte autorizzate del quartiere che, da anni, rappresentano un pezzo importante della socialità popolare del San Paolo e della cultura del cibo di strada barese.

Il punto, invece, è provare ad analizzare il fenomeno.

La creatività umana che nessuna intelligenza artificiale può sostituire

La prima riflessione è questa: sono sempre più convinto che nessuna intelligenza artificiale potrà mai sostituire del tutto l’imprevedibile creatività umana. Lavoro nel settore del web marketing e so bene quanto aziende, agenzie e professionisti investano tempo e risorse per provare a costruire campagne efficaci, contenuti virali, format capaci di catturare l’attenzione.

Eppure, se una paninoteca avesse chiesto alla migliore agenzia creativa del mondo di costruire a tavolino un tormentone virale, probabilmente non sarebbe riuscita a ottenere ciò che è nato spontaneamente in questo caso.

Perché qui non c’è solo comunicazione. C’è autenticità.

C’è un linguaggio immediato, popolare, riconoscibile. C’è una ritualità semplice. C’è il gusto del gioco. C’è la curiosità di chi arriva da fuori. C’è l’orgoglio, magari anche inconsapevole, di un luogo che per una volta non viene attraversato per necessità, ma scelto come destinazione.

Ed è proprio questo l’elemento più interessante: per una volta, qualcosa nato al San Paolo non viene percepito come problema, ma come richiamo. Non come emergenza, ma come esperienza. Non come periferia da evitare, ma come luogo da raggiungere.

Politiche dall’alto e autenticità dal basso

La seconda riflessione riguarda la politica e le politiche pubbliche.

Molto spesso gli interventi pensati dall’alto verso il basso, i classici approcci top-down, faticano a generare partecipazione reale. Non necessariamente perché siano sbagliati nelle intenzioni, ma perché spesso vengono percepiti come esterni, artificiali, lontani dalla vita concreta delle persone. Quando una comunità non si riconosce in un progetto, quel progetto rischia di restare una bella cornice senza contenuto.

Le trasformazioni vere, invece, hanno bisogno di autenticità. Hanno bisogno di ascolto. Hanno bisogno di partire dai luoghi reali, dalle abitudini, dai linguaggi, dai desideri e persino dalle contraddizioni delle persone che quei luoghi li abitano ogni giorno.

Da tempo penso che una vera rivoluzione per il quartiere San Paolo potrà nascere solo dal basso, da una comunità che torna a sentirsi protagonista. E penso anche che sia un problema enorme il fatto che un territorio così popoloso e importante della città non riesca da troppo tempo a esprimere una rappresentanza forte e riconoscibile nei luoghi decisionali cittadini. Non è solo una questione politica. È una questione democratica, di voce, di presenza, di capacità di incidere sulle scelte che riguardano il futuro del quartiere.

La lezione dello smesh: le cose autentiche funzionano

Il fenomeno dello “smash”, allora, può sembrare piccolo. Può sembrare solo un tormentone social. Può far sorridere, come è giusto che sia. Ma dentro questa semplicità c’è una lezione molto più grande.

Le cose autentiche funzionano.

Funzionano perché non hanno bisogno di essere spiegate troppo. Funzionano perché non sembrano costruite in laboratorio. Funzionano perché intercettano qualcosa che era già presente nella comunità e lo rendono visibile. Funzionano perché, in qualche modo, restituiscono identità.

Meno presunzione, più ascolto dei territori

Forse chi fa politica, soprattutto a livello centrale, dovrebbe imparare un po’ di più da questi fenomeni. Servirebbe meno presunzione e più umiltà. Meno convinzione che basti progettare dall’alto il cambiamento e più capacità di osservare ciò che accade davvero nei territori. Meno retorica sulle periferie e più disponibilità ad ascoltare le energie che le periferie producono spontaneamente.

Il San Paolo non ha bisogno di essere inventato da capo. Ha bisogno di essere riconosciuto, accompagnato, valorizzato. Ha bisogno che le sue energie migliori non vengano ignorate. Ha bisogno che le sue storie, anche quelle apparentemente più semplici, diventino parte di una narrazione più ampia.

Perché a volte un quartiere si racconta meglio con un progetto istituzionale. Altre volte, invece, si racconta con una frase diventata tormentone, con una fila davanti a una paninoteca, con ragazzi che arrivano da altri quartieri per vivere un’esperienza semplice, popolare, vera.

E forse è proprio questa la lezione che dovremmo portarci a casa: le cose semplici, quando sono autentiche, possono generare più attrazione di tante strategie costruite a tavolino.

 

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